Autore: TIZIANO VECELLIO (seguace), Soggetto: Maddalena penitente Tecnica: (olio su tela). Dimensioni: 90 x 70
Autore: TIZIANO VECELLIO (seguace), Soggetto: Maddalena penitente Tecnica: (olio su tela). Dimensioni: 90 x 70
Autore: TIZIANO VECELLIO (seguace),
Soggetto: Maddalena penitente
Tecnica: (olio su tela).
Dimensioni: 90 x 70 (con cornice).
Tormento ed estasi, eros e mistica aspirazione, sensualità ed anelito al divino costituiscono le fondamentali coordinate tematiche dell’olio su tela che presentiamo avente per soggetto “La Maddalena penitente”.
La vicenda biografica della “peccatrice pentita” costituisce lo spunto che consente al pittore di riflettere sulla caducità dell’esistenza terrena, sulla sua precarietà e sul suo fine ultimo, in cui l’immagine della “Maddalena”, qui raffigurata come un essere a metà tra cielo e terra, sembra assurgere a portavoce delle nuove istanze riscoperte dal platonismo e dall’ermetismo rinascimentale, dove la massima dell’ homo faber fortunae suae invita lo spettatore a misurarsi con i propri limiti, ma anche con il proprio destino nella capacità di ri-crearsi e ri-generarsi a nuova vita in una sorta di viaggio iniziatico, in cui Maria Maddalena si configura come una “nuova Iside”, che interroga nella sua provocatoria sensualità lo spettatore spronandolo a seguirla nel cammino dalle “tenebre alla luce” secondo il prototipo letterario del “sogno di Polifilo” tanto in voga nel rinascimento da Leonardo in poi.
Come ebbe a scrivere il Dvořak (Geschichte der italienischenKunst im Zeitalter der Renaissance, 1918-1921) parlando della pittura del Tiziano “il nuovo idealismo ha schiuso nuove possibilità a un susseguente naturalismo”.
Se Il paesaggio, reso nella versione di Capodimonte con pennellata sciolta e veloce, partecipa del dissidio animatamente vissuto dalla Maddalena, un paesaggio che vibra, appunto, dell’icastica contraddizione tra spirito e calda materia, una materia densa come l’intenso azzurro dello sfondo e le spesse nuvole della suddetta opera , qui, è appena percettibile, sacrificato a favore di un chiaroscuro, tipicamente seicentesco, che fa invece delle anatomie della Santa il point-d’orgue dell’opera.
Rispetto alla versione conservata nella Galleria Nazionale di Capodimonte a Napoli (ripresa in particolare nelle repliche dell’ Ermitage di san Pietroburgo, di Stoccarda, Staatsgalerie e di Busto Arstizio, Collezione Candiani), la nostra si distacca, infatti, per la diretta prossimità alla versione meno casta e più sensuale della Galleria Palatina di Firenze.
Esattamente come nella versione della Galleria Palatina anche questa Maddalena lascia intravedere il seno in una prorompente nudità pudicamente coperta dai lunghi capelli, ondulati e setosi, la cui consistenza materica resa da “pennelli grossi come scopa di strega” costituisce l’inequivocabile marchio tizianesco di una bellezza definita “pre-rubensiana” nella sua voluttà.
La scena, in omaggio alla più autorevole tradizione iconografica del genere, è ambientata in una grotta, precisamente la grotta della “Sainte Baume” ovvero del Santo balsamo, l’eremitaggio presso Marsiglia dove la santa, sbarcata in Francia dalla Palestina assieme a san Lazzaro, a Maria Giacobea ed alla serva Sara, dopo aver evangelizzato la Provenza, si sarebbe ritirata in un’esistenza tutta penitenza e meditazione fino alla morte.
Ovviamente anche il Tiziano, nell’attenzione prestata al dettaglio della grotta, si è rifatto alla “Legenda Aurea” composta tra il 1260 ed il 1298 da Jacopo da Varagine, frate domenicano nonché vescovo di Genova, imprescindibile fonte letteraria per interpretare la simbologia e l’iconografia presente in varie opere pittoriche di contenuto agiografico, soprattutto concernenti la vita della Maddalena.
Immancabile è l’attributo iconografico del vaso degli oli, qui visibile in basso, a destra della Santa.
Per quanto concerne la cronologia della tela siamo propensi a collocarla a ritenerla un’opera di un seguace seicentesco del Tiziano (al 1533 si data, generalmente, la tavola fiorentina).
Quella di Palazzo Pitti sarebbe la “Maddalena” citata dal Vasari nel guardaroba del duca d’Urbino e passata a Firenze con la dote di Vittoria della Rovere nel 1631. Stando al Tietze il prototipo fiorentino del nostro dipinto potrebbe corrispondere alla Maddalena dipinta nel 1531 per Vittoria Colonna, esponente di primo piano del sodalizio degli “spirituali”, su incarico di Federico Gonzaga.
Proprio il suo carattere di prorompente sensualità ha portato critici quali E. von Rotschild ad avanzare l’ipotesi che il modello in questione derivi da una Venere antica.
Le apprezzabili dimensioni del dipinto (90x 70 con cornice) in perfetto stato di conservazione nonché l’accattivante soggetto e la presenza cospicua di riferimenti che testimoniano di una rivisitazione e reinterpretazione tutta seicentesca del noto prototipo, secondo il gusto del chiaroscuro in voga in buona parte dell’Europa, lo rendono un pezzo appetibile per collezionisti e cultori della pittura sacra, fermo restando l’intrinseco pregio di svolgere altresì un’innegabile funzione d’arredamento.
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